Autore: Andrea Monti - 18.03.02. Ha concluso l'iter parlamentare la legge
comunitaria, il grande calderone nel quale si mescolano le disposizioni per il
recepimento delle direttive europee. Non ostante l'Italia non abbia mai brillato
per tempestività in questi adempimenti (ci sono voluti cinque anni per recepire
la direttiva 90/388 che liberalizzava il mercato delle TLC), con l'istituzione
della "comunitaria" si è raggiunta una parvenza di efficientismo e ora sono
state prese in considerazione anche le famigerate direttive 2000/31/CE
(commercio elettronico) e 2001/29/CE (diritto d'autore). La prima, con la scusa
di "razionalizzare" il settore e "garantire maggiore tutela" dei diritti dei
cittadini ha, di fatto, stabilito la responsabilità autonoma del provider per i
contenuti ospitati sui propri server. Secondo una formula contorta e ipocrita,
che - pur affermando formalmente il contrario - colpevolizza il fornitore di
servizi che, dopo essere stato informato (da chi? in che modo?) della presenza
di contenuti illeciti (secondo quale legge?) non provvede a rimuoverli. La
seconda, con lo stesso pretesto, consente un ulteriore giro di vite nella già
inaccettabile ipertrofia protezionistica degli interessi economici di alcuni
soggetti che poco o nulla hanno a che fare con l'autore in senso tecnico. Quelli
citati sono soltanto due fra i tanti abusi che vengono legittimati dalle
direttive, ma evidentemente non sono stati sufficienti se, come spesso è
accaduto, le solite "manine" hanno pensato bene di aggiungere qualche "tocco di
classe" al testo in discussione in Parlamento. Come l'indicazione per la quale
il legislatore dovrà "ridisciplinare le eccezioni ai diritti esclusivi di
riproduzione, distribuzione e comunicazione al pubblico, esercitando le opzioni
previste dall'articolo 5 della direttiva senza peraltro trascurare l'esigenza
generale di una rigorosa tutela del diritto d'autore" (art. 30, lett. e),
precisazione non presente nel testo della direttiva e aggiunta in un secondo
momento da qualche zelante parlamentare. Che nient'altro significa, in realtà,
se non accentuare ancora il processo di stravolgimento della gerarchia dei
diritti già iniziato con il DLgs 518/92, volto ad anteporre gli interessi
economici di chi commercia in opere dell'ingegno (e non degli autori, quindi) al
di sopra dei diritti di libertà. Al di là delle analisi più o meno dettagliate e
rigorose che si possono condurre sul testo della legge, è rilevante il dato
metagiuridico o, meglio, politico, che emerge dai contenuti del provvedimento.
Da un lato i provider - pur dotati di risorse e competenze - brillano
accecantemente per la loro assenza e dunque ancora una volta (vedi l'affaire
103/95) si troveranno a dover chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.
Dall'altro, le lobby del copyright, dopo il pay per view e il pay per listen
hanno creato un nuovo prodotto: la law on demand. Parliamoci chiaro, che i
Parlamenti non siano esattamente luoghi impermeabili ed impenetrabili da
"influenze" esterne è fatto noto. Certo è che nei tempi andati almeno si
rispettava almeno un minimo di etichetta, mentre ora la spudoratezza raggiunge
vette sempre più alte. Se dunque le leggi - al pari di quadri, libri e dischi -
si commissionano, sarebbe almeno auspicabile che siano resi pubblici "autori" e
"listini". Certe cose non si possono mica comprare a "scatola chiusa". Manco
fossero una nota marmellata...
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